#10 – Hillbilly Elegy

Uno dei modi migliori per non mettersi a fare ciò che si dovrebbe è fare altro.

Lo schermo del mio telefono si è appena acceso: era Netflix che mi avvisava dell’imminente arrivo in streaming di Hillbilly Elegy, il nuovo film di Ron Howard tratto dal memoir di J.D. Vance. Non vedo l’ora.

Oltre alle strade, che ho già confessato, un’altra cosa degli Stati Uniti che mi affascina in modo assoluto è il concetto di macroregioni culturali: pezzi di territorio che non corrispondono con i confini politici degli stati, ma che creano delle aree omogenee per tradizioni e stili di vita dei propri abitanti. Le due più famose sono confinanti tra loro, grazie al perno incredibile che è l’Ohio: l’Appalachia e il Midwest, due ambient, nonostante la vicinanza geografica, lontani anni luce per aspetti socio-economico-culturali.
E una delle cose che amo di più è raccogliere e collezionare storie di questi posti – che poi è il motivo per cui adoro la nonfiction, la scrittura autobiografica, il racconto personale: capire i luoghi e le persone più distanti dal nostro mondo grazie a chi ne fa parte e li vive quotidianamente, senza la sovrastruttura dell’invenzione a falsarne la percezione.

Qualche mese fa, all’inizio dell’estate, ho provato a fare una camminata letteraria per l’Appalachia in tre puntate su Decamerette, il fantastico progetto di streaming di Natalia Laterza: troppo poche per riuscire a raccontare tutto l’universio letterario di cui è protagonista – e il memoir di J.D. Vance è stato uno dei libri che ho usato per raccontare il Kentucky.

Hillbilly Elegy (uscito in italia per Garzanti come Elegia americana, con un titolo che devia ulteriormente una narrazione già di per sé fortemente piegata, allargandola in modo sbagliato a tutta la nazione culturale) va affrontato come io ho affrontato la Route 66 a posteriori: andando oltre il fastidio del punto di vista del self-made man repubblicano che incolpa chi non ce la fa dei propri stessi fallimenti, per scoprire il modo in cui si riesce a non romanticizzare [sì, è un calco] la condizione delle classi più basse (chiamate generalmente con termini spregiativi come hillbilly, redneck, crackers, white trash) in questo caso della Rust belt, ma più in generale della fascia appalachiana. È un esercizio di resilienza letteraria necessario, se non si vuole arrivare alla rabbia tremenda come quella che ha colto Chris Offutt dopo averlo letto.

L’Appalachian Trail letterario è un altro dei miei mille progetti abbandonati e tristemente andati alla deriva. Ogni giorno guardo la lista di essay e libri che parla di America e americani allungarsi sempre di più, sperando un giorno di riuscire a raccontare quelle storie. Non ci sono ancora riuscita. E sì, J.D., hai ragione: la colpa di questo fallimento è solo mia.