#19 - Your Past Life as a Blast

A house of wild accolades evaporating on an August night

Da qualche settimana l’app che apro più di frequente nel mio telefono è Clubhouse. Clubhouse – per me – è il social perfetto: sincronico, immediato, senza memoria e senza supporto visivo. Si parla, in diretta, talvolta con persone che mai si sarebbero potute incontrare nelle bolle degli altri social network, inarrivabili o così distanti.

Ogni tanto provo ad aprire una stanza, con pessimi risultati. La prima volta avrei voluto parlare di uno dei miei pensieri fissi: le case, i traslochi, i posti che si sono sentiti nostri, almeno per un po’, che ci hanno accolto o nascosti. Il mio ospite era G., avrei voluto domandargli quante volte ha fatto gli scatoloni, quante cantine o soffitte ospitano ancora cose che ha lasciato indietro sul suo cammino, qual è stato l’interruttore che ha acceso la luce nella stanza che più ha sentito somigliargli. Ma non è arrivato nessuno ad ascoltarci, e rimanere una in bagno e uno in cucina per parlare ci è sembrato stupido dopo molto poco.

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Dieci anni fa non ho fatto gli scatoloni, ma una valigia.

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Il 2 marzo 2011 ho salutato all’aeroporto mia madre e il mio fidanzato di allora e sono salita da sola su un aereo, senza avere un biglietto di ritorno. Sono atterrata a Schönefeld con due ore di ritardo, ho preso un taxi e sono arrivata in Lichtenrader Straße 55. Ad accorgliermi c’era Mara, la coinquilina di T., la mia futura padrona di casa. Mi sono appoggiata nella stanza di T., una camera più grande di un monolocale milanese affacciata sul cortile interno, freddissima, con poca luce, e ovviamente piena di tutte le cose appartenenti alla sua occupante, solo temporaneamente lontana.
Non avevo mai vissuto con una coinquilina prima di allora, e nemmeno con qualcuno di straniero. Non sapevo come muovermi in quegli spazi. Ero scappata a Berlino per sottrarmi a un momento difficile e di stallo – il racconto di quei giorni si era poi trasformato in un essay pubblicato su Abbiamo le prove –, uno di quelli che chiamo “momenti nord-sud-ovest-est” della mia vita, in cui “forse quel che cerco neanche c’è”.

Il 2 marzo del 2011 è stato il primo giorno della mia seconda vita.

Quando Mara ha cambiato casa, tredici giorni dopo il mio arrivo e due prima che T. tornasse, mi sono spostata definitivamente nella sua stanza. Era più piccola, ma con una vetrata enorme che si apriva su un terrazzino affacciato sul parco di Tempelhof. Era calda, il sole batteva sui vetri quasi tutto il giorno – ma, soprattutto, era sgombra.
Nel silenzio della casa vuota ho aperto la porta, studiato lo spazio, e riarrangiato tutti i mobili che c’erano dentro: un letto, un tavolo tondo, due piccoli scaffali, una rella appendiabiti, e un divano. Ho appeso alle pareti locandine e volantini presi nella mia libreria preferita, ho sistemato con ordine i libri su una mensola, e trovato il posto perfetto perché la lampada illuminasse il tavolo senza essere invadente. Non c’era ancora Instagram, non avevo un iPhone: quel cambio di disposizione senza testimoni era il mio nuovo inizio, solo per me. Più guardavo la nuova combinazione prendere forma, più mi sembrava che quel luogo mi assomigliasse. Lì dentro mi sentivo libera. Era il posto più MIO che avessi mai avuto, più delle stanze in cui sono cresciuta, più della casa in cui ero andata ad abitare a Milano.

La mia vita a Berlino era frenetica, per mesi sono uscita ogni giorno alle dieci del mattino per non rientrare prima delle due di notte. Ma in quella stanza riuscivo a leggere e a scrivere come non facevo da anni. Avevo sempre un mazzo di tulipani freschi, una candela da accendere e una tazza con qualcosa di caldo sul tavolo; una luce bassa che rischiarasse il letto; o il sole a splendere sulle pagine. Non ho mai ritrovato l’intimità e la libertà di quelle quattro mura da nessun’altra parte.

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La mia seconda vita è stata due vite fa. Le altre le ho vissute tutte nella stessa casa, quella in cui mi sono trasferita dopo essere tornata da Berlino. Quella che è stata casa nostra, poi casa mia, poi una casa nostra nuova e diversa, e, ora, una casa troppo piccola per starci tutti.


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