#20 - Perchance to Dream

Parole di estati lontane

In that dream, we are asleep in the same place. It’s a dim room, the only light coming from a TV set, a video art installation of sorts. I’m on a sofa next to someone we both know, you in an armchair in front of us. 

A phone call wakes me up, it’s a friend asking me where I am, I should have already been with her. I lie and say I’m on my way. But I’m not. I’m with you.

In that dream you grab my arm as I rise from my sleep, telling me you always wanted to feel my body over yours, but I refrain from sitting on your lap.

In that dream, then, you stand up and hold me, tight, and a long-forgotten feeling hits me: I am happy. I am excited. I feel a yearning. I feel guilty.

In that dream, while I’m in your arms, you tell me, “I’m so sorry I can’t always be at my best…” I shyly smile, my eyes looking down at my feet. I can’t tell if it’s really me you are talking to, I don’t want to seize an intimacy I don’t yet deserve, but I reply, “You don’t have to… with me.”

In that dream, you touch lightly my lips with yours, but all I can think is that we’re not alone in the room, so I walk away.

In that dream, I’m in a corridor full of people, and I see you among them. Our eyes meet, but you don’t come to me. I stand still looking at you.

In that dream, I finally find myself outside, in an empty parking lot. I grab my phone and call my best friend. The only thing I can say is “I just made a mess.”

When I wake up I am alone in my bed. It’s not a dream anymore.


Il file porta la data del 5 agosto 2015, ma non sono sicura sia quella giusta. Non sono sicura neanche di chi sia la persona di cui parlo, sebbene abbia dei ricordi ancora molto vividi di quel sogno. Stavo cercando un vecchio racconto da condividere per ridere in una chat di perfette sconosciute, e tra i tanti documenti senza nome si è riaperto anche lui. Se non mi sbaglio, l’avevo mandato a qualche rivista letteraria che accettava flash fiction, per poi dimenticarmene subito, come accade ogni volta che provo a lasciar andare le mie parole – quasi sempre senza successo, come pure in questo caso.

Quando ritrovo le cose che ho scritto dopo tanti anni mi sento sempre in colpa per averle lasciate chiuse al buio per così tanto tempo, soprattutto se hanno una forma compiuta. E allora le lascio andare di nuovo, in qualche modo.

In quell’agosto del 2015 sono successe delle cose importanti, una delle quali ha messo il seme per uno di quei progetti tanto grandi e meravigliosi che sembrano irrealizzabili. Ogni tanto lo riprendo tra le mani, lo tasto, lo ispeziono, penso che sia finalmente il giunto suo momento, ma poi non è mai così. Ogni tanto ne stacco un pezzetto, per provare a dargli il via, sperando che prenda l’abbrivio che manca, ma senza risultati. È sempre lì. Prima o poi, riuscirò a insegnargli a volare.


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