#21 - An Everlasting Vision of the Ever-Changing View

A wond'rous woven magic che ha compiuto cinquant'anni

Qual è il disco dei tuoi genitori entrato nella tua collezione?

È una delle domande che si fanno e si ricevono più di frequente quando si parla non solo tra addetti ai lavori ma anche solo tra semplici amanti della musica. Per la mia generazione, le risposte sono quasi sempre titoli dei Beatles, di Bob Dylan, o di qualche album di cantautorato italiano anni Settanta.

In questa foto, invece, per me, c’è tutto.

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Nel 1971 mia madre aveva 18 anni. Non so molto di lei al tempo, se non che frequentava l’Istituto Linguistico Internazionale di Milano per diventare traduttrice e interprete, che guardava i cortei degli anni della contestazione sfilare sotto le finestre della sua scuola in Corso Vittorio Emanuele, e che ha passato l’estate a Chicago, ospite di sua zia Gianna, sorella di mia nonna – lì con lei – che in quegli anni viveva a Park Forest.

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Nel 1971 Carole King aveva 29 anni, due figlie preadolescenti e un divorzio alle spalle. Aveva lasciato New York per Los Angeles nel 1968, entrando a far parte della comunità di musicisti che si era stabilita a Laurel Canyon, sulla collina di West Hollywood. Per tutti gli anni Sessanta aveva lavorato come segretaria di giorno e composto canzoni insieme al marito Gerry Goffin di notte mentre le bambine dormivano, diventando una delle penne d’oro di Tin Pan Alley: dopo aver firmato il suo primo contratto da autrice appena quindicenne, nel 1960 aveva scritto “Will You Love Me Tomorrow?” per le Shirelles diventando una delle songwriter più richieste, fino al tripudio di “(You Make Me Feel Like) A Natural Woman”, incisa da Aretha Franklin nel 1967.

In California, Carole King aveva trovato una comunità di persone che le assomigliavano, dopo tutti quegli anni di pendolarismo tra un cubicolo di Manhattan con un pianoforte verticale e un portacenere mai svuotato e la vita famigliare nel New Jersey. I suoi vicini di casa erano Jomes Taylor, e Joni Mitchell e Graham Nash con i loro due gatti. Lei, accompagnata da Telemachus oltre che da Louise e Sherry, aveva capito subito di essere nel posto giusto.

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Un singolo Do naturale che martella sulla prima ottava del pianoforte. La mano destra che irrompe con un accordo di DOm7. Quattro misure che sconquassano prima che entri la voce a confermare quello che il corpo ha già capito I feel the Earth move under my feet/ I feel the sky tumbling down. A quel punto, tutto esplode: la melodia è perfetta, e il testo potrebbe averlo scritto una qualsiasi di noi, ma nessuna sarebbe riuscita così bene. È una donna a cantare, la sua voce è delicata ma potente, limpida, dritta. She owns it. Non avevo mai sentito nulla parlare direttamente a me come tutto ciò che arriva dopo queste poche battute. Avevo circa 15 anni, e quel disco l’avevo sentito suonare nel background della mia vita da sempre. In copertina, la foto di una giovane donna seduta sul davanzale della finestra di casa, di fianco a una tenda, ritratta in controluce mentre sta lavorando a un needlepoint, con un gatto in primo piano. La guardavo, sulla superficie del cartone che conteneva il 33 giri, meravigliosa nel suo essere solo se stessa. Volevo essere lei.

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Carole King non aveva mai scritto i testi dei brani che componeva, il paroliere era Gerry. Non aveva mai pensato di incidere le sue canzoni. Ma nella sua nuova vita a Laurel Canyon, non c’era stato bisogno di forzature o convincimenti perché i suoi pensieri trovassero voce e parole quando si sedeva al pianoforte. Poteva lasciarsi alle spalle il pop su commissione che aveva riempito i suoi spartiti ormai per quasi quindici anni, ma usarlo come guida per riuscire a togliere la patina di intellettualismo che permeava nei pezzi della sua amica Joni Mitchell. Finalmente, poteva mettere sul piatto i dubbi, le incertezze, gli sconvolgimenti emotivi di una donna trentenne senza doversi preoccupare di un happy ending necessario. Non aveva niente da dimostrare, ma solo l’urgenza di esprimersi nel mondo.

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Quel disco con la foto in copertina l’ho comprato in CD appena sono riuscita.
Ne ho lasciata una copia in ogni macchina che io abbia guidato o su cui abbia percorso più di 100 kilometri di seguito. Ho sentito sbuffare, borbottare e lamentarsi ogni volta che l’ho fatto partire, prima che il 2008 ci rassicurasse sul fatto che ascoltare una cantautrice anni Settanta al limite del folk fosse cool.
L’ho copiato a tutti i miei fidanzati, dal primo al penultimo, dal quindicenne che ascoltava solo i Dream Theater, al sedicenne convinto di abitare a Seattle e di essere Eddie Vedder, al ventiquattrenne emulo di Brandon Flowers. Uno di loro ho anche provato a lasciarlo scrivendogli via SMS tutto il testo di “It’s Too Late”, ma erano i tempi della Christmas card – forse addirittura ancora Omnitel – e il limite tecnologico fece sì che tutti quei caratteri non arrivassero mai a destinazione.
Quando ho conosciuto G. ho scoperto che lui, quel disco, lo conosceva già a memoria, e ho capito tutto.

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Per la prima volta da sola, nel gennaio del 1971 Carole King varca le porte delle sale della A&M per registrare il frutto del suo cambiamento. Ad aiutarla dietro il mixer c’è Lou Adler, dietro i microfoni invece gli amici di sempre James Taylor e Joni Mitchell. L’atmosfera in studio era la stessa che si ritrovava tra le mura della sua casa di Wonderland Avenue: nessun eccesso, nessun capriccio, nessun interesse per lo stile di vita che l’immaginario lega alla scena musicale all’inizio degli anni Settanta.
Il risultato è un disco lontano dai canoni dell’empowerment, ma così profondamente sincero da suonare immediamente con un’ode alla liberazione del pensiero e del corpo femminile, della riappropriazione di sé e della propria vita, del mettere a nudo le insicurezze e le conquiste di una donna – senza clamore, senza urlare. Un capolavoro, intitolato Tapestry che è arrivato nel mondo a febbraio dello stesso anno, esattamente cinquant’anni fa.

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Da Chicago – anzi, da Park Forest – mia madre tornò in Italia con un disco uscito solo pochi mesi prima. Sulla copertina c’è la foto di una giovane donna seduta sul davanzale della finestra di casa, di fianco a una tenda, ritratta in controluce mentre sta lavorando a un needlepoint, con un gatto in primo piano. Se so come ci si sente a sentirlo per la prima volta da adolescente, non posso proprio immaginare come sia stato arrivare a casa, toglierlo dalla busta, metterlo sul piatto e lasciare che quel pianoforte aprisse le porte di un nuovo mondo nel 1971 – o forse sì. Sono passati cinquant’anni da quel momento.
È l’unico LP che non sono mai riuscita a rubare dalla grande collezione di vinili di mia mamma. Ed è l’unico LP che sono felice sia ancora lì, esattamente dov’era, la prima volta che ho capito cosa stessi ascoltando.


Un’ultima cosa, prima di concludere.

Ho cominciato a scrivere 3G quasi come una terapia, in un periodo in cui tutto intorno a me stava cambiando. Ho pensato che sarebbe stato l’ennesimo dei progetti che abbandono sul nascere, e invece col tempo è diventato uno spazio importante nella mia vita, grazie a cui ho conosciuto nuove persone e condiviso esperienze. Ci sono momenti in cui mi sembra di non aver niente da dire che grazie a questa newsletter diventano pause piene di parole; altri in cui scrivo come un fiume in piena per poi accorgermi che tutto quel furore non era utile a nessuno. Grazie a essa mi sono accorta di non essere sola e di avere una voce.
Per questo, ho deciso che fosse il momento di fare un passo avanti. Seguendo lo spunto di Valentina Aversano (una delle persone meravigliose che mi ha regalato questa newsletter) e del suo Basilico, ho aperto un profilo su Ko-fi: in questo modo, se volete, potrete sostenere 3G e tutti i progetti a cui mi sto dedicando da scrittrice e autrice indipendente, offrendomi un caffè. Poi, appena potremo, sarò felice di ricambiare di persona.


Questa è 3G - Una vita lenta e obsoleta, la newsletter di Guia Cortassa. Se ti piace, con i bottoni qui sotto puoi commentare e condividere. Se vuoi sostenere il mio lavoro, puoi offrirmi un caffè su Ko-fi. Se invece vuoi dirmi qualcosa, rispondi all’email. Alla prossima!

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