#26 - A Room of One's Own

Frozen in time

Il 15 giugno di dieci anni fa ero seduta nella mia stanza affacciata sull’aeroporto di Tempelhof, il cielo ancora illuminato dai raggi del sole estivo – dovevo ancora imparare che le notti d’estate a Berlino non sono mai buie e le sere sono infinite – con il computer acceso sullo spettacolo della Pischera di San Teodoro, in Sardegna.
Su un palco a filo d’acqua, all’ora di un tramonto che neanche in Italia accennava ad accendersi, sarebbe salito mio nonno, per dirigere Crittograph, nato dall’unione di Paolo Fresu Quintet e Alborada String Quartet e da lui arrangiato.
Il concerto era trasmesso in diretta streaming, cosa che ora mi appare incredibilmente futuristica pensando a dieci anni fa, ma forse è solo per la dismorfia temporale che affligge la mia mente da almeno un anno e mezzo.

Stare davanti a quel monitor mi rendeva euforica. Ero lontana dal resto della mia famiglia – che a sua volta era lontana dal luogo del concerto – eppure eravamo lì tutti insieme, ad assistere allo stesso spettacolo. Mi sembrava quanto di più vicino alla definizione di felicità potesse esserci: la libertà di essere ovunque, rimanendo comunque insieme. Mio nonno aveva 88 anni e stava vivendo nel futuro, molto più di me che, seduta a quello stesso tavolo, avevo deciso di cominciare ad autoprodurre libri con il solo ausilio di una fotocopiatrice.

*

Stamattina G. mi ha chiesto se voglio andare a vedere uno spettacolo di stand-up comedy tra qualche giorno, in un posto e un contesto di quelli che per gran parte della mia esistenza ho cercato di evitare – troppo lontano, troppo disagevole, troppo affollato, troppo pieno di zanzare. E solo al pensiero mi è sembrato di ricominciare a respirare. Parlare con delle persone, ridere, bere qualcosa insieme, vedere la luce del sole spegnersi piano alle spalle di un palco sembrano cose vissute solo nella mia mente per tutta la vita. Eppure no, sono esistite davvero, prima di trascorrere un anno e mezzo intrappolate dentro uno schermo.
Un anno e mezzo in cui ho potuto vedere Adam Green suonare seduto alla scrivania di casa sua, o Robin Pecknold celebrare il solstizio d’inverno in una chiesa di Brooklyn senza la necessità di spostarmi dalla mia stanza.

E ora, uscire da quella stanza, mi sembra la conquista più grande. Proprio ora, dopo aver passato un pomeriggio di lavoro correggendo la bozza digitale di un libro insieme a qualcuno a 650 chilometri da me.


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