#27 - Bad Skin, Doll Heart

Los Angeles e lacrime

Ogni tanto penso a Los Angeles. Penso alla notte in cui abbiamo preso la macchina per andare al Griffith Observatory e, su Hollywood Boulevard, alla radio è partita “Doll Parts” delle Hole. Mi ricordo di aver pensato ‘allora, qui, è davvero così! Queste cose succedono davvero!’ mentre stavo in silenzio e guardavo fuori dal finestrino.
Vista dall’alto, Los Angeles di notte fa sembrare invincibili.
Tornati dall’osservatorio, ci siamo fermati al bar dello Chateau Marmont. Abbiamo ordinato da bere un vecchio cocktail della Louisiana, con sommo sgomento del bartender, e ci siamo seduti su un divanetto. Sotto le lame dell’aria condizionata avevo freddo, e non mi sono tolta la mantella dalle spalle. Il mio accompagnatore ha letto questo mio gesto come tensione e insofferenza; abbiamo iniziato a discutere – io volevo solo stare tranquilla con la mia mantellina addosso, lui insisteva perché la togliessi e mi rilassassi – e, a un certo punto, snervata, mi sono alzata e me ne sono andata, senza dire niente. Non ero convinta di voler fare Sunset Boulevard a piedi da sola di notte, e mi sono fermata quasi subito.
Quella sera stavo vivendo dentro i tv drama che avevo sempre visto dietro uno schermo. È stata la sera più triste della mia vita.

Ci penso da quando ho sentito Courtney Love cantare in lacrime “Lucky” di Britney Spears, così perfetta con la sua voce, a immagine e somiglianza dell’onnipotente disperazione che solo quelle strade sanno lasciare sulla pelle delle persone.

Quella disperazione si aggrappa alle cellule e non se ne va neanche con la doccia più calda e profonda del mondo. Ogni tanto scompare sotto strati di epidermide, ma basta un graffio qualsiasi per farla tornare in superficie, quando meno ce lo si aspetta. Rimane nel fondo degli occhi più felici, scatta come un flash nei momenti spensierati; certe volte prende alla gola, altre allo stomaco, altre ancora alle gambe.

Forse, quella sera a Los Angeles c’era già, sulla mia pelle, ma ha aspettato un anno e un altro fuso orario per ricoprirmi come la tuta di un supereroe. Ha aspettato che altri pezzi andassero in frantumi, che fossi nella stanza di un altro albergo, che la lacerazione fosse più estesa.
E quelle parole hanno cominciato a risuonare nella mia mente:

Someday, you will ache like I ache


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