#22/bis - It's Just Wanderlust

Un ritrovamento tardivo

Una delle cose che non sono proprio capace di fare è fare le cose da sola. Ho sempre bisogno un* sparring partner, una spalla, una persona che sia lì con me, per lo meno all’inizio. Ovunque vada, porto con me qualcun*, che poi lascio indietro per proseguire in solitaria, quando capisco che posso affrontare da sola l’esperienza. È lo stesso meccanismo per cui i bambini si lanciano in nuove avventure solo se sanno che nel loro raggio visivo c’è un volto caro e conosciuto a rassicurarli – ciao, sono Guia, e cerco conferme dal 1982. E la mia pigrizia rasenta l’imbarazzo.

Non mi ricordo esattamente come mi sia convinta, ma nel settembre del 2015 mi sono iscritta a un corso di scrittura. Da sola. Dall’altra parte di Milano. Sicuramente a giocare a sua favore ci sarà stato l’orario degli incontri (le 16:45, come mi ricordano le email di promemoria) adatto solo a veri appartenenti alla classe disagiata. In più, il corso era organizzato da una rivista letteraria che conoscevo e da cui ero molto incuriosita. Non sono una che prende e va baldanzosamente a presentarsi alle persone che vorrebbe conoscere. Anzi, se posso, al loro cospetto sto ferma e zitta in un angolo. E mi ricordo perfettamente che così ho fatto anche alla prima lezione. Finché non mi hanno chiesto di presentarmi – un’altra delle cose che odio fare con tutta me stessa.
Solo una cosa può mettermi più in imbarazzo di raccontare formalmente di me ad altr*: il fatto che il mio interlocutore dichiari di sapere chi sono dopo aver detto il mio nome. Cosa che è chiaramente successa quel pomeriggio.

Nonostante fosse un laboratorio per scrivere racconti, sono andata a tutti gli incontri. Ho cercato di applicare i trick di scrittura narrativa che il nostro tutor (ciao, Fabrizio!) provava ad insegnarci alla mia nonfiction, con risultati pessimi. Come sempre, il testo finale da consegnare – con febbrile speranza di pubblicazione – non l’ho mai finito. Però l’ho iniziato, e parla proprio di quella smania californiana. Ero tornata dal viaggio da pochi giorni quando è iniziato il corso. Dentro c’è già quella che sarebbe diventata una delle mie più grandi passioni americane: le strade, non come luogo dello spirito, ma come vera e propria infrastruttura.

Oltre a uno degli incipit migliori che mi potessero venire, quel laboratorio mi ha regalato nuove persone con cui continuare a camminare. Su Rivista Letteraria, poi, qualche anno più tardi, ho pubblicato uno dei miei racconti preferiti – l’unico che abbia mai scritto dall’inizio alla fine, in modo del tutto spontaneo, senza uno scopo preciso.

Nella mia mente quel testo finale, ora, ha una forma completamente diversa. Ma questa bozza è un ritratto fedele di quei giorni. Manca solo Lana del Rey, ma è solo una questione di righe: sarebbe arrivata poco dopo. Mi fa sorridere pensare a come non avevo capito niente, rileggendo queste parole. C’è tanta strada che ho percorso nel modo sbagliato. L’importante è saperlo.


Avremmo dovuto girare a destra. Nonostante il navigatore della macchina e Google Maps a disposizione, avevamo deciso di muoverci seguendo solo i cartelli per strada, sbagliando fin dall’inizio. Dal parcheggio, siamo partiti dritti su Fremont St, invece di prendere Munras Ave; poi, arrivati allo svincolo dell’autostrada, non abbiamo visto le indicazione per andare verso sud e abbiamo proseguito, senza indugio, imboccando la Highway 1 nella direzione opposta. A quel punto, c’era un solo modo per riuscire a tornare sulla strada giusta: l’uscita 401B, Monterey County Fairgrounds. È stato solo per errore che ci siamo trovati nel luogo che avevamo inseguito il giorno prima, mentre scandagliavamo a piedi la città, alla ricerca delle tracce della nostra Summer of Love.

Avevamo trascorso la settimana precedente tra muri dalle tappezzerie paisley e stoffe dalle fantasie geometriche, su un divano, davanti al camino acceso, in un piccolo hotel di San Francisco, ascoltando, in diffusione nel salotto comune, le cronache marziane di David Bowie e la sensualità psichedelica degli Animals, lontani dalle macchine fotografiche e dai piedi sporchi di Haight-Ashbury; e poi a Santa Cruz, sotto le palme addobbate di lucine bianche nei locali dove sono soliti trovarsi i surfisti Downtown, in cui gli hamburger erano accompagnati dallo scandire ad alta voce le sei lettere del ritornello di “Gloria” dei 13th Floor Elevators e dei canti Hindu di George Harrison.

A quel punto, eravamo arrivati a Monterey convinti di ritrovare, quarantotto anni dopo, la stessa atmosfera di libertà e comunità del Pop Fest del 1967, immaginandoci di vedere ovunque tracce e segni dell’estate che allora avrebbe cambiato per sempre la storia della musica e, ora, chiuso il cerchio di questa prima parte del nostro viaggio, cambiando anche noi. La Summer of Love nella Baia, la Beat Generation in Big Sur, il misticismo di Joshua Tree e, alla fine, l’affascinante e disperata decadenza di Sunset Boulevard: le tappe mentali del nostro percorso erano ben chiare fin da prima di partire e ci avevano spinto a salire su un aereo con pochi vestiti e nessuna guida, se non un atlante stradale Lonely Planet – “Pacific Coast Highways – Road Trips”, giusto quanto bastava per mantenere un minimo controllo della situazione, quando, in realtà, l’unica cosa che desiderassi, su quelle strade, era perderlo.

Ma ora, invece, era tutto sbagliato. Passeggiando tra i centri commerciali nei capannoni delle vecchie aziende conserviere di Cannery Row, sui marciapiedi invasi dai visitatori impegnati a fotografare il primo Bubba Gump mai aperto e le sagome dei leoni marini a cavallo di una Harley Davidson fuori dalla centralissima concessionaria, era impossibile riuscire a credere che “il luogo di vacanza più popolare della costa centrale californiana”, come ricordavano tutte le bandiere e i volantini distribuiti sul triste miglio di lungomare tra il porto e l’acquario, avesse potuto vedere gli Who e Jimi Hendrix giocarsi a testa o croce il proprio turno sul palco e quest’ultimo dare fuoco alla propria Stratocaster per superare Pete Townshend che la sua, invece, l’aveva solo distrutta contro un amplificatore.

La strada di mattoni gialli che segnava il percorso alla scoperta della città vecchia, tra gli edifici spagnoli della prima capitale del Golden State, ci aveva condotto davanti a un negozio di dischi, nella strada principale del quartiere storico; ma “The Monterey Rock and Roll Experience”, come prometteva l’insegna, era fatta di dischi autografati, chitarre, capi di abbigliamento usati e certificati nell’occasione del loro utilizzo, dischi d’oro e di platino incorniciati provenienti da chissà quali magazzini di etichette che ormai non esistono più – era, insomma, uno di quei posti che vende memorabilia e reliquie costose di musicisti che durante la carriera avevano riempito gli stadi – e che in alcuni casi continuavano a farlo, sebbene ampiamente fuori tempo massimo.


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